PER UNA SCELTA EDUCANTE

di Nicola Frezza

Quando arriva il periodo dell’orientamento scolastico, soprattutto per i ragazzi di terza media, la parola scelta entra con forza nelle case, nelle scuole, nei pensieri. Quale scuola superiore? Quale indirizzo? Quale futuro? Domande legittime, ma spesso caricate di un peso eccessivo, come se da quella decisione dipendesse tutto: il valore di una persona, la riuscita nella vita, la possibilità di essere “qualcuno”.

Eppure, fermarsi un attimo è necessario. Perché non tutte le scelte sono davvero scelte. Molte decisioni vengono prese perché “è il momento”, perché il sistema lo richiede, perché tutti attorno si muovono nella stessa direzione. Altre perché sono più comode, più vicine, più rassicuranti. Non c’è nulla di sbagliato in questo, ma è importante dirlo con onestà: scegliere non significa semplicemente decidere una scuola, ma iniziare a capire chi si è e che cosa serve davvero per crescere.

EurekApprendimento - Nicola FrezzaL’orientamento, allora, non può ridursi a una lista di istituti, a open day affollati o a test che promettono risposte rapide. Il cuore dell’orientamento è un altro: aiutare un ragazzo a guardarsi dentro, a riconoscere i propri punti di forza, le proprie fragilità, i propri interessi autentici e anche ciò che fa più fatica a sostenere. Solo così una scelta smette di essere un adattamento e diventa un movimento consapevole.

Questo riguarda tutti: ragazzi, genitori, insegnanti. Gli adulti, in particolare, sono chiamati a una posizione delicata. Non quella di chi spinge, tira o decide al posto dell’altro, ma quella di chi cammina a fianco. Stare a fianco non significa lasciare soli, né imporre una direzione. Significa aiutare a farsi domande vere: Cosa mi fa sentire di più a mio agio? In quali contesti imparo meglio? Che tipo di fatica riesco a sostenere senza perdermi? Cosa mi fa sentire bene?

Orientare è questo: creare uno spazio sicuro in cui il ragazzo possa conoscersi, senza il terrore di sbagliare. Scegliere la scuola “giusta” non vuol dire scegliere la più prestigiosa o quella che promette più sicurezza astratta. Vuol dire scegliere la scuola che contribuisce al benessere della persona, che tiene insieme dimensione umana, pedagogica. Una scuola che riconosce i ritmi, che non umilia l’errore, che valorizza le diverse intelligenze, che permette di sperimentarsi senza sentirsi costantemente sbagliati. Quando una scuola è coerente con la persona che la frequenta, diventa un luogo in cui crescere, non solo resistere.

Ed è qui che va detto con chiarezza un punto spesso taciuto: la scuola, così com’è strutturata, non è il luogo in cui tutti possono fiorire allo stesso modo. Non perché qualcuno “vale meno”, ma perché le persone sono diverse. La pedagogia contemporanea lo afferma con forza: la scuola non esiste per formare solo scienziati, accademici o professionisti della conoscenza teorica. Esiste per formare persone consapevoli, capaci di riconoscere le proprie risorse e di orientare la propria vita in modo dignitoso e coerente. Per alcuni ragazzi, nel tempo, può emergere una consapevolezza difficile da accettare: la scuola, così come funziona, non è il contesto che mi permette di esprimere il meglio di me. Questa presa di coscienza non è un fallimento. Non è un abbandono. Non è una sconfitta educativa. Al contrario, può essere un atto di maturità. Quando l’obbligo scolastico è assolto nel rispetto delle regole e dei valori, orientarsi verso un mestiere, una formazione professionalizzante, un apprendimento pratico e concreto è una strada legittima, educativa, e spesso profondamente coerente con la persona che quel ragazzo è. Il vero rischio, infatti, non è “lasciare la scuola”, ma restare per anni in un luogo in cui ci si sente costantemente inadeguati, svalutati, fuori posto. Questo sì che mina l’autostima, spegne il desiderio e produce adulti che portano con sé un senso di incompiutezza. Riconoscere che esistono strade diverse, tempi diversi, forme diverse di realizzazione significa fare educazione, non rinunciarvi.

Un altro tema centrale, soprattutto in questo periodo, è la famosa frase: “Non ho voglia”. Detto così, sembra un problema. In realtà, spesso è un segnale. La mancanza di voglia può indicare stanchezza, sovraccarico, bisogno di pause, oppure una distanza profonda tra ciò che si sta chiedendo a un ragazzo e ciò che lui sente di essere. Non va demonizzata, ma ascoltata. Diventa davvero preoccupante solo quando è continua, pervasiva, estesa a tutti gli ambiti della vita. Anche qui, l’orientamento non è controllo, ma lettura attenta dei segnali.

Scegliere una scuola superiore, infine, non è una sentenza definitiva. Non è “adesso o mai più”. Ogni scelta, proprio perché libera, apre altre possibilità, non le chiude tutte. Cambiare, riorientarsi, correggere il percorso non significa aver sbagliato: significa essere vivi, in movimento, in crescita.

In questo periodo così delicato, il messaggio più educativo che possiamo offrire ai ragazzi è semplice e potente: la tua vita vale, prima di tutto, perché è tua. L’obiettivo non è incastrarti in un percorso che “funziona”, ma aiutarti a trovare una strada che ti assomigli. La scuola è uno strumento importante, ma non l’unico. Il lavoro, il fare, l’imparare un mestiere, il costruire competenze concrete sono parti altrettanto dignitose della formazione di una persona.

Orientare, in fondo, significa questo: non chiedere ai ragazzi di adattarsi a tutti i costi, ma aiutarli a diventare consapevoli di ciò che li rende forti.

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